Un paio di settimane fa avevamo dato conto del trasferimento alle autorità della giustizia ordinaria del caso di Ling Jihua – già membro del Politburo e stretto collaboratore dell’ex-Presidente Hu Jintao – messo sotto indagine con l’accusa di aver ricevuto tangenti. Una vicenda su cui ci sono delle novità e su cui arriveremo…


Invece, lo scorso 30 luglio – dopo mesi di voci e speculazioni – l’agenzia Xinhua ha finalmente annunciato l’espulsione dal Partito Comunista del Generale Guo Boxiong: già vice-Presidente, dal 2002 al 2012, della Commissione Militare Centrale.


E dopo l’espulsione dal Partito del Generale Guo e il trasferimento del caso a una corte marziale, significa che entrambi gli ex vice-Presidenti della Commissione Militare Centrale – i vertici delle forze armate cinesi con la precedente amministrazione – sono stati accusati di corruzione e di compravendita delle promozioni.


Infatti, l’indagine sul Generale Guo Boxiong segue quella aperta nei confronti del Generale Xu Caihou, morto negli scorsi mesi – e prima che si potesse celebrare il processo… – per le conseguenze di un cancro alla vescica.


E allora prendiamo, innanzitutto, la cronaca del South China Morning Post:


«Le indagini hanno scoperto che presumibilmente Guo Boxiong ha accettato tangenti – sia direttamente che attraverso propri familiari – in cambio di promozioni nell’ambito delle forze armate.

 

Nel lancio della Xinhua si afferma che, in linea con i regolamenti disciplinari del Partito, lo scorso 9 aprile il Comitato Centrale ha messo Guo sotto indagine.

 

Guo Boxiong è il quadro militare di più alto livello a finire davanti a una corte marziale nell’ambito della campagna contro la corruzione. L’espulsione del Generale Guo arriva dopo oltre un anno dall’apertura dell’indagine su Xu Caihou, anch’egli vice-Presidente della Commissione Militare Centrale sotto l’ex-Presidente Hu Jintao».


Così la cronaca del South China Morning Post. Però – almeno da quanto si capisce… – sembra che il filone d’indagine che è arrivato a colpire i massimi vertici delle forze armate cinesi, sia strettamente collegato all’inchiesta su Gu Junshan: influente papavero dell’Esercito di Liberazione del Popolo e già rimosso dall’incarico nei primi mesi del 2012 (all’epoca al vertice del potere c’era ancora  Hu Jintao…). Una vicenda, questa, che era stata descritta dalla stampa di Pechino come il caso più clamoroso di corruzione, innanzitutto per l’entità del denaro e dei beni di lusso trovati nella faraonica villa del Generale Gu.


Ma che cosa significa tutto questo da un punto di vista politico e per gli equilibri di potere nella Repubblica Popolare?


Sicuramente che Xi Jinping è sempre più determinato ad assumere il pieno controllo di alcuni centri nevralgici nella struttura di potere cinese. Lo avevamo già visto rispetto agli apparati della sicurezza con il caso Zhou Yongkang e con la creazione dell’inedita Commissione sulla Sicurezza Nazionale. E lo vediamo oggi con quest’indagine sui massimi vertici delle forze armate.


Anche perché nel momento in cui emerge che entrambi i vice-Presidenti della precedente Commissione Miliare erano corrotti e vendevano promozioni, questo apre alla necessità di un enorme rimpasto dei vertici militari…


Un rimpasto che – almeno in parte – è già iniziato. Infatti, nei giorni scorsi, il Presidente cinese ha già approvato alcune nuove promozioni


Tuttavia bisogna stare attenti nell’archiviare l’intera campagna anti-corruzione semplicemente come una classica lotta di potere. Rischierebbe di essere riduttivo.  Xi Jinping, infatti, mira anche a riformare profondamente le forze armate della Repubblica Popolare, innanzitutto per renderle più moderne e professionali.


Così come – bisogna sempre ricordarlo… – in Cina l’Esercito di Liberazione del Popolo non è solo un centro di potere, ma anche un gigantesco polo di gestione economica attraverso la rete delle imprese di Stato direttamente controllate dalle forze armate (e anche in settori che non hanno niente a che vedere con la difesa…)


E ci torneremo…


La campagna contro la corruzione voluta da Xi Jinping rischia infatti anche di inserirsi e di condizionare le delicate relazioni sino-americane. Scriveva nei giorni scorsi il New York Times:


«Pechino chiede che l’amministrazione Obama restituisca alla Cina un ricco uomo d’affari con importanti relazioni politiche fuggito negli Stati Uniti, dove avrebbe dovuto chiedere asilo politico, e che potrebbe trasformarsi in uno dei disertori più pericolosi per la Repubblica Popolare.

 

Finora l’amministrazione Obama si è rifiutata di accogliere la richiesta di estradizione arrivata da Pechino per Ling Wancheng – fratello di Ling Jihua – che potrebbe rappresentare in una miniera d’informazioni per l’intelligence di Washington a spese della Cina.

 

L’ex-analista della CIA Christopher K. Johnson sostiene che la leadership di Pechino abbia bisogno della testimonianza di Ling Wancheng nelle indagini contro il fratello e vorrebbero inoltre evitare che il patrimonio di informazioni sulla politica cinese, in possesso di Ling, possa essere passato ai funzionari americani».


Così il New York Times e così la campagna anti-corruzione si tinge anche di tinte da spy-story internazionale…


Ma «Washington dovrebbe estradare il cinese voluto da Pechino?» questo il titolo dell’ultimo approfondimento del portale ChinaFile.com


Domanda cui rispondeva – tra gli altri – il professor Jerome Cohen, docente di legge alla New York University e tra i più autorevoli specialisti di diritto cinese, che scrive:


«Sono profondamente fiducioso nella cooperazione sino-americana, così come sostengo la determinazione dimostrata da Xi Jinping nel combattere la corruzione. Tuttavia non riesco a immaginare momento peggiore per negoziare un trattato di estradizione tra i due Paesi.

 

Esiste, infatti, un motivo per cui gli Stati Uniti e la maggior parte delle nazioni democratiche non hanno un trattato di estradizione con la Repubblica Popolare.

 

E il motivo è che il sistema penale cinese non è ancora riuscito a soddisfare gli standard minimi del giusto processo. Infatti, fin dall’arrivo di Xi Jinping al potere, e nonostante la grande retorica sullo stato di diritto, in pratica il sistema della giustizia sta marciando nella direzione sbagliata.

 

In queste condizioni, come può un Governo democratico negoziare un trattato di estradizione con la Cina? Il massimo che il Governo degli Stati Uniti può quindi fare è studiare con attenzione ogni singolo caso proposto dalla Repubblica Popolare, valutando se il sospetto ha violato le leggi americane sull’immigrazione o in materia finanziaria, discutendo apertamente con l’imputato, il suo avvocato e i funzionari cinesi per trovare una soluzione».


Così l’analisi del professor Jerome Cohen…


E insomma la campagna contro la corruzione di Xi Jinping offre molte linee di lettura e possibili chiavi interpretative. Non da ultimo, sula questione della rule of law e dello stato di diritto nella Repubblica Popolare…


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